Effetto IKEA: perché il tuo team non si fida della tua strategia
Quando un'azienda sceglie, per la prima volta, di organizzare un team building? Spesso, quando qualcosa non va come dovrebbe. O, meglio, quando la dirigenza si accorge per la prima volta che qualcosa non va come dovrebbe.
E quando avviene questa realizzazione? Il caso più comune è quello della presentazione di un nuovo progetto, che il manager ritiene di alto valore, ma che viene accolto con poco entusiasmo o messo in discussione dal team. La cosa curiosa è che raramente questa reazione dipende dalle reali carenze dell'idea in sé: spesso ha più che altro a che fare con il livello di coinvolgimento che il team ha sperimentato durante il suo sviluppo. In altre parole, i progetti degli altri ci piacciono poco, specialmente quando ci vengono “calati dall'alto” e imposti.
Se ne accorsero già nel 2011 tre ricercatori di Harvard, Michael Norton, Daniel Mochon e Dan Ariely, mettendo a confronto in una serie di esperimenti oggetti montati a mano e oggetti già assemblati da un professionista. Il risultato, che oggi fatichiamo persino a definire una scoperta, è semplice: quando abbiamo contribuito con le nostre mani a creare qualcosa, gli attribuiamo più valore, a prescindere da quanto sia venuto bene. I ricercatori chiamarono effetto IKEA, e per il mondo del lavoro è diventato una specie di mantra.
Che cosa c'entra l'effetto IKEA con il successo della tua azienda?
C'è però una condizione, ed è quella che interessa davvero a chi guida un team: l'effetto scatta solo se il lavoro viene portato a termine con successo. Un progetto abbandonato a metà o che crolla non appena viene messo alla prova non genera nessun attaccamento: anzi, lo azzera all'istante. Quindi non basta mettere in mano alle persone un cacciavite, in senso letterale o metaforico, e un set di istruzioni scritte da qualcun altro. Serve un compito reale, decisioni prese lungo il percorso, un risultato tangibile del quale potersi sentire fieri. Trasferita in un contesto professionale, questa logica cambia parecchio le carte in tavola: la maggior parte delle tensioni in azienda non nasce da idee sbagliate, ma dal fatto che nessuno di coloro che le devono realizzare ha avuto voce in capitolo nel metterle a punto.

Perché un progetto perfetto, se calato dall'alto, non convince
Se si presenta una strategia già definita a persone che non hanno partecipato a scriverla, è assai probabile che ci si trovi davanti obiezioni che gli autori della strategia non avevano minimamente preso in considerazione. Norton, Mochon e Ariely ci spiegano bene il perché: questo è quello che succede quando un professionista si vede imposto un progetto altrui, con l'aspettativa di un entusiasmo genuino, che però non ha avuto il tempo di svilupparsi, perché non c'è nessun legame personale con la narrazione di quel progetto, la sua storia e il suo sviluppo. La soluzione sta nel costruire esperienze capaci di toccare le persone su un piano umano, prima ancora che professionale: farle sentire protagoniste, per esempio imparando qualcosa di nuovo o creando dal nulla qualcosa che prima non esisteva. Ecco, in due parole, tutto il segreto di un buon team building.
Dalla teoria alla pratica: come lavoriamo su questo principio?
L'effetto IKEA funziona davvero, e sarebbe uno spreco non sfruttarlo in azienda. Applicato alle attività di team building, significa scegliere format che ricreino esattamente quella sensazione: costruire qualcosa insieme, sul serio, fino in fondo. E le strade per arrivarci non mancano.
Ci sono i progetti di solidarietà, ovvero i nostri Charity Building, dove i team assemblano biciclette per bambini che ne hanno bisogno o carrozzine destinate a una casa di riposo che aspetta da mesi un finanziamento mai arrivato: nessuno lascia quella stanza senza la sensazione di aver contato davvero, e il risultato non finisce in un angolo, ma entra subito nella vita di qualcuno. Ci sono le prove di sopravvivenza, i nostri Survival Challenge, che si svolgono all'aperto e in una corsa contro il tempo, che costringono i membri di un gruppo a fidarsi davvero l'uno dell'altro: ogni persona ha un compito che nessun altro può svolgere al posto suo, e la soddisfazione di una vittoria conquistata insieme resta viva per mesi. E ci sono le sfide in cucina, su un registro più leggero ma con lo stesso principio di fondo: ci si cimenta ai fornelli, si impiatta, e alla fine ci si siede tutti insieme a mangiare quello che si è preparato. Il cibo cucinato in team ha davvero un altro sapore, e i colleghi che hanno cucinato fianco a fianco mantengono, dopo, un legame diverso e sono più propensi a gestire progetti in comune in modo armonico.

La ricetta di Team Building Roma
È un problema a cui pensiamo spesso, perché restare all'avanguardia nel team building è l'unico modo che conosciamo per fare bene questo lavoro. E avere Roma come scenario, va detto, aiuta parecchio: cortili storici, terrazze con cucine a vista, piazzette nascoste che quasi nessuno conosce, tutto materiale prezioso per costruire una sfida che funzioni davvero. In ogni format che progettiamo cerchiamo un'unica cosa: quel momento in cui un gruppo realizza che il risultato è dei membri del team, come gruppo e come singoli, e non di un facilitatore esterno con la cartellina in mano. Le giornate passive, quelle in cui la gente guarda le cose accadere da spettatore, semplicemente non ci interessano. Vogliamo vedere persone uscire stanchi ma felici e orgogliosi.
Smettila di presentare progetti già “montati”
La prossima volta che un progetto ha bisogno del sostegno di tutto il team, resisti alla tentazione di perfezionarlo solo con il team della dirigenza per poi farlo calare dall'alto sui tuoi dipendenti e affidare a loro il compito di realizzarlo. Fai entrare il tuo team nel processo di sviluppo, ascolta i suggerimenti e coinvolgi tutti i livelli dell'azienda: il senso di appartenenza che ne nasce vale, per il morale del team, molto più di quanto immagini. E Roma può essere il punto di partenza ideale per iniziare a costruirlo con le giuste attività!